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Martedí 24 giugno 1572, il generale Martín Hurtado de Arbieto ordinó che l'intera spedizione si disponesse in compagnie con i loro capitani, e anche gli indios alleati con i loro generali...
Si misero in marcia prendendo l' artiglieria e alle dieci entrarono nella cittá di Vilcabamba, a piedi, giacché si trova nel territorio piú aspro e selvaggio, assolutamente inadatto al cavalli». É la cronaca della conquista di Vilcabamba, narrata dal cronista spagnolo Martín de Murua. Situata all'interno della foresta amazzonica, la cittá era stata la capitale della regione ancora non invasa dagli Spagnoli e rimasta saldamente in mano agli Incas.
I conquistadores trovarono una cittá deserta: «tutti gli uomini e le donne indios erano fuggiti via e si erano nascosti nella giungla prendendo quanto potevano. Bruciarono il resto del mais e del cibo che si trovaya nei magazzini per cui, guando arrivó la spedizione, tutto stava ancora fumando. Il tempio del sole, do-ve c' era un idolo importantissimo, era bruciato». Con gli indios era fuggito da Vilcabamba anche l'ultimo sovrano inca, Tupac Amaru, che ave-va guidato la resistenza contro gli invasori. La vittoria quindi era solo parziale e andava completata con l' arresto del fuggitivo, attorno al quale si sarebbe potuto unire nuovamente il popolo inca.
Sulle sue tracce si pose il capita-no Martín García de Loyola al comando di 40 soldati scelti. L' inseguimento proseguí per giorni in zone selvagge sconosciute agli Spagnoli e poco note all' Inca, fino a guando: «una sera, alle nove, due soldati mestizos che erano in avanscoperta, di nome Francisco de Chavez e Francisco de la Peña, videro bru. ciare un fuoco da campo in lontananza. Si accostarono cautamente fino a raggiungere il luogo dove Tupac Amaru e sua moglie si stavano riscaldando. Giunsero su di loro, ma per non agitarli si mostrarono molto cortesi, dicendo che non sarebbero stati inflitti loro alcuna offesa o maltrattamento». Nonostante le assicurazioni, il 24 settembre 1572 Tupac Amaru venne decapitato a Cuzco: l'evento segnó la fine dell'esperienza di Vilcabamba, che vale la pena di raccontare in quanto rappresentó il simbolo della resistenza all'avanzata spagnola nonché il tentativo di coesistere con i nuovi arrivati.
La cittá, inizialmente un modesto villaggio nella foresta amazzonica, era stata scelta dal sovrano inca Manco come capitale di un territorio, non ancora invaso dagli Spagnoli, nella speranza che qui la sua gente potesse essere «al sicuro dai Cristiani», e «non avrebbe piú udito i nitriti e lo scalpitio dei loro cavalli, e le loro spade non avrebbero piú martoriato il suo popolo».
Il centro si sviluppb rapidamente: vi vennero edificati monumenti degni di nota nelle cronache dell'epoca. Martín de Murua ricorda, in particolare, un palazzo su diversi piani interamente affrescato e una piazza di ampiezza notevole. Il sovrano do vette sentire comunque di nuovo il nitrito e lo scalpitio dei cavalli: un corpo di spedizione spagnolo riuscí a raggiungere la nuova capitale (luglio 1539), fece prigionieri illustri tra cui un fratello e la coya (moglie principale) di Manco, ma subito dopo preferí ritirarsi.
Qualche anno dopo a Vilcabamba il potere pass') di mano; ucciso a tradimento Manco (fine del 1544 o inizio del 1545), il regno venne affidato al reggenti di S ayri-Tupac, l'erede legittimo di soli cinque anni. Le autoritá spagnole iniziarono trattative per arrivare pacificamente alla soluzione del problema Vilcabamba. I tentativi sembrarono avere suceso quando Sayri-Tupac, raggiunta la maggiore etá, venne incoronato e accenó di lasciare la foresta amazzonica per trasferirsi a Cuzco. Ma nel 1561 il giovane Inca morí, forse avvelenato. A Vilcabamba venne eletto Titu Cusi come nuovo Inca: il caso era aperto di nuovo.
I politici spagnoli erano indecisi se riprendere le trattative o scegliere l'opzione militare. Scelsero la prima soluzione e dettero inizio a colloqui diplomatici particolarmente laboriosi culminati nel trattato dell' Acobamba (1566). La morte naturale ma improvvisa (1571) di Titu Cusi mutó ancora una volta il corso degli avvenimenti: per gli Incas, infatti, anche questo sovrano era stato ucciso dagli Spagnoli e si tornó immediatamente a una situazione di estrema tensione.
Il nuovo viceré, Francisco de Toledo, condivideva poco la linea di comportamento dei suoi predecessori ed era da tempo favorevole a una soluzione militare. La condizione venutasi a creare gliene offrí il pretesto. La campagna militare partí, ebbe pieno successo e si concluse con l'arresto e la decapitazione dell'ultimo Inca, Tupac Amaru.
Durante tutti questi accadimenti era nata la fama di Vilcabamba: per gli Incas indicava il paese della libertó da cui sarebbe potuta partire una immaginaria riscossa, per i loro avversari era il luogo dove si supponeva la presenza di immense ricchezze, lí portate in salvo dall'Inca ed incrementate dalle continue incursioni nei possedimenti spagnoli. La realtá era diversa sia riguardo al-le speranze degli Incas sia riguardo alle aspettative della seconda generazione di conquistadores. Ma entrambe le parti avevano bisogno di alimentare l'illusione e cosí il mito di Vilcabamba é giunto fino a noi.
Di Vilcabamba rimase il mito, ma ancló perduta l'ubicazione. Alla sua ricerca si mossero avventurieri, viaggiatori e archeologi, tra cui Hiram Bingham. Professore a Princeton e a Yale Nel 1911 si recó in Perú e scoprí Machu Picchu, Vitcos, Chuquipalta ed Esperitu Pampa. Identificó Machu Picchu proprio con Vilcabamba. La sua ipotesi é stata ritenuta valida dalla maggioranza degli studiosi per oltre 50 anni.
Negli anni Sessanta un altro esploratore americano, Gene Savoy, ha avanzato dubbi sull' identificazione e ha proposto di riconoscere ]'ultima residenza degli Incas nelle ro-vine di Esperitu Pampa. Oggi é questa l' ipotesi ritenuta piú valida, l'avvalorano osservazioni di carattere topografico e le caratteristiche delle rovine riportate alla luce che concordano con quelle ricordate per Vilcabamba nelle cronache dell'epoca.
Soltanto Dio e noi conosciamo le privazioni, le soffe- renze, la fame, la rete che abbiamo patito in questi tre anni. Sono colmo di ammirazione per lo spirito umano che é stato ca-pace di resistere per cosí lungo tempo a queste prove terribili. Fummo costretti a mangiare insetti, serpenti, rane, lucertole, vermi, erbe, radici e a divorare carne umana contravvenendo alía legge di natura... A un certo momento fummo ridotti talmente male da bollire e mangiare pelli di cervo con le quali gli indiani realizzavano gli scudi». Cosí nel 1538 Philipp von Hutten, giovane aristocratico tedesco, scriveva al padre raccontando del suo viaggio in cerca dell'Eldorado. Quando egli arrivó in Venezuela, il mito dell'Eldorado, la leggenda di un paese con cittá costruite in oro e dove anche le strade erano pavimentate con gemme si era giá diffusa.
Il 24 febbraio 1529 Ambrosius Dalfinger assunse il governatorato del Venezuela per conto dei banchieri Welser, al quali la regione era stata affidata dall'imperatore Carlo V, in cambio dell'aiuto finanziario ricevuto. Dalfinger si stabilí a Coro, una modesta cittadina sulla costa nei pressi della penisola di Paraguana, e da lí partí per le regioni interne. Fu giá nel corso di una prima esplorazione che il governatore apprese dell'esistenza di un popolo ricco di oro e di smeraldi che scambiavano con le popolazioni stanziate attorno al lago Maracaibo in cambio di cotone grezzo, coralli, perle e conchiglie. Nel 1531 una seconda spedizione, sempre guidata da Dalfinger, con 130 fanti, 40 cavalieri e centinaia di servitori indiani riuscí quasi a raggiungere la regione chiamata Xerira, famosa per le sue ricchezze. Una ricchezza confermata dal bottino raccolto, che conosciamo grazie all'elenco che ne fece il contabile della spedizione: «1723 ornamenti • fra grandi e piccoli; un migliaio di orecchini in filigrana d'oro; 2320 spille; 1503 collane; 13 braccialetti d'oro; 16 aquile in oro; 9 statuette-in oro raffiguranti indiani; 5 statuette di donne in oro fino; un grande cemi in forma di testa racchiudente un diadema di smeraldi». Il peso complessivo dell'oro era di 110 kg: un bottino di tutto rispetto.
In seguito, altre spedizioni si spinsero in terre mai toccate prima dall'uomo bianco, fino a raggiungere, con quella capitanata da Gonzalo Jiménez de Quesada, gli Indiani Chibcha, una popolazione che abitava gli altipiani colombiani. Ed é proprio dai racconti intorno ad un particolare rito praticato da queste genti che nacque il mito dell'Eldorado quale, come vedremo, si fonda su piú di un malinteso. I Chibcha, infatti, contrariamente a quanto immaginavano i conquistadores, non possedevano affatto miniere d'oro e la loro ricchezza era basata, assai piú prosaicamente, sul commercio del sale. Perché aflora gli Europei si convinsero che fosse qui il centro da cui proveniva la straordinaria ricchezza d'oro degli Indios? Una cinquantina di chilometri a nord di Bogotá, circondato da colline desolate, si trova il misterioso lago di Guatavita. Quando i bianchi giunsero nella regione, presso gli indigeni era ancora vivo il ricordo di un importante rito che si svolgeva sulle sponde del lago e che aveva come protagonista un «uomo d'oro». Ecco come, un cronista spagnolo dei primi del Seicento riporta il resoconto di un testimone che aveva partecipato al rito: «il primo viaggio che dovette intraprendere fu alla grande laguna di Guatavita, dove rese offerte e sacrifici al demone che essi adoravano come loro dio e signore. Durante la cerimonia alla laguna costruirono una zattera di giunchi, abbellendola e ornandola con i loro oggetti piú belli... La laguna era vasta e profonda, tale da poter essere navigata da un' imbarcazione dai fianchi alti carica di un'infinitá di uomini e donne sontuosamente vestiti con belle piume, placche e corone d'oro... A quel punto spogliarono l'erede al trono dai suoi abiti e lo unsero con del terriccio vischioso che cosparsero poi di polvere d'oro, ricoprendogli cosí tutto corpo con il metallo. Lo sistemarono a bordo della zattera su cui egli restó immobile, e poggiarono ai suoi pie-di un gran mucchio d'oro e di smeraldi affinché ne facesse offerta al suo dio. Insieme a lui, salirono sull' imbarcazione quattro influenti personaggi interamente abbigliati con piume, corone, braccialetti, ciondoli e orecchini in oro puro. Anch' essi erano nudi e ciascuno reggeva un' offerta. Quando la zattera lasció la riva, ebbe inizio la musica, con trombe, flauti e altri strumenti, accompagnata da canti che facevano tremare le montagne e le valli, finché, guando la barca raggiunse centro della laguna, essi alzarono la bandiera per imporre il silenzio. L'indio ricoperto fece allora la sua offerta, gettando tutto l'oro in mezzo al lago e i capi che lo scortavano fe-cero lo stesso con i loro doni. Con questa cerimonia il nuovo governante fu accolto come signore e re». Secondo un'altra testimonianza, lo stesso El Dorado si immergeva nelle acque e vi restava fino a guando la polvere d'oro di cui era ricoperto non si era sciolta depositandosi sul fondo del lago.
Verso la fine del 1500 un commerciante di Bogotá, Antonio de Selpuveda, decise di svelare una volta per tutte il mistero dell'Eldorado. In precedenza, dopo essersi impossessati dei tesori appartenuti agli indigeni, i conquistadores avevano ten-tato di dragare il lago, convinti com'erano che sul fondo doveva giacere una quantitá d'oro inestimabile. Ma l'impresa del Sepulveda fu ancora piú radicale: egli fece praticare un profondo vareo sul bordo del lago (ancora oggi ben visibile) da cuisarebbe dovuta defluire tutta l'acqua. Ma, dopo che il livello del lago si era abbassato di una ventina di metri, una frana richiuse 1' apertura, provocando numerose vittime. Il progetto venne allora abbandonato, ma intanto alcuni oggetti preziosi emersi dalle acque vennero inviati in Spagna, al re Filippo II. Tra essi figurava uno smeraldo «della grandezza di un uovo di gallina».
Con il trascorrere del tempo il ricordo del rito indiano si affievolí e il nome del suo protagonista, l'El Dorado, venne inteso come il nome di un luogo – Eldorado – nascosto nelle valli e negli altipiani delle Ande o nella folta vegetazione dell'Amazzonia. Ed é in quest'ultima regione che si riversarono schiere di esploratori e di avventurieri alla ricerca del-la cittá dove anche «le pentole erano d'oro». Tra questi va ricordato almeno l'inglese Walter Raleigh, che accettó la scommessa dell'Eldorado per tornare nelle grazie della regina Elisabetta I d'Inghilterra e per fronteggiare una difficile situazione finanziaria. Il 5 febbraio 1595 salpó da Plymouth convinto che avrebbe trovato fungo il fiume Orinoco «cittá piú ricche e piú belle e templi piú adorni d'oro di quelli che trovarono Cortés in Messico e Pizzarro nel Perú e il trionfo sfavillante di questa conquista eclisserá tutte quelle della nazione spagnola». Dopo due tentativa falliti (un secondo viaggio si era svolto nel 1617-1618) Sir Raleigh cadde in disgrazia e venne giustiziato.
Le sue spedizioni chiusero il periodo piú intenso della ricerca dell'Eldorado, ma vi é ancora chi si ostina a cercarlo: tanto grande puó essere la forza di un mito.
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