A oriente, l'orizzonte é una linea nera scrutata da fessure a mandona, sottili intagli in occhi gonfi di sonno. Sono appena le due del marino, passa la tanica che c'é tempo. Il fumo acre dei faló imbeve le coperte. O balli o bevi o geli. Gli zufoli riempiono l'aria e svegliano i condor. Voci e suoni implorano la nascita del sole. Saremo in tremila levatrici. Il fronte dell'alba comincia a farsi violaceo, ma una nuvolaglia nera e densa incupisce rattesa.

Entrano in scena i «tupamaros» dai passamontagna neri con i buchi della bocca e degli occhi bordati di rosso. Sanno di intimazione. La musita si fa stridente, minacciosa cacofonia. Una squadra di sacerdoti si sporge dalla pensilina rocciosa e gesticola con le braccia protese verso il vuoto. Qui si mette male. Compare a poco a poco una striatura giallo pallido, poi sanguigna. I tamburi cominciano a rullare, gambe magre danzano sotto i ponchos. All'acme del rumore e della stanchezza, guando i nervi stanno per cedere, l'orizzonte separa il buio dalla luce come un filo da polenta e spunta la palla del sole. Anzi due. Due soli. Traveggole? Erano corretti i beveroni? No, un semplice effetto ottico, proprio cosi «un curioso fenomeno di rifrazione» spiegano le guide. E tanto vi basti. Non é mai bastato ai mistici popoli delle Ande, peró, che di Tres Cruces hanno fatto un luogo sacro e un rito annuale chiuso agli stranieri e ai ficcanaso. E noi? Privilegiati.

Alle sei, alla vista del prodigioso evento, la sarabanda si zittisce, tutti si scoprono il capo e si genuflettono. «Me encantó, yo llorr6), dice Dulce Maria: mi sono emozionata, ho pianto. I contorni rossi dei passamontagna sorridono. Pochi minuti per smontare le tende, spegnere gli ultimi tizzoni, scolare le taniche e riparte la carovana tra il fumo azzurrognolo della gasolina. E aflora, nel trambusto della smobilitazione che lo vedo, ritto sul pianale di un camion, mentre impartiste ordini e stringe mani. É Juan Nuñez del Prado, regista dell' happening, unica faccia ispanica (mestiza, in realtá) e barbuta fra tante di terracotta glabra. Porta una berretta andina con il paraorecchi, i suoi occhi brillano furbi e felici, occhi di uno che si é appena svegliato di buon umore. Non ha passato da molto i cinquanta, pió datata la bionda al suo flanco, che si sbraccia come un'invasata. É Barbara, un'irrequieta norteamericana, un prototipo di certo turismo spirituale e femminile. Tra qualche giorno impareró a chiamare queste scalmane «energia». Sará dopo la nostra iniziazione. Presentazioni: «Ci vediamo nel pomeriggio pella piazza di Cuzco», suggerisce Juan. La piazza della cattedrale, l'ombelico dell'ombelico del mondo.

«Trent'anni fa ero ateo, razionalista e associavo la parola soprannaturale alla morte». Quella di Juan é la storia di un convertito: «Nel 1968, come antropologo, studiavo sul campo la comunitá quechua di Qotobamba a una quarantina di chilometri da qui, guando mi accorsi che dietro la loro organizzazione politica e sociale c'era dell'altro, qualcosa di phi antico e solido, qualcosa di spirituale. Per un po' non ci pensai, intrapresi la carriera accademica e lavorai per il governo, ma vent'anni fa mi accorsi che nella sola Cuzco, dietro il paravento ufficiale della Chiesa, esistevano almeno settanta "specialisti" della vecchia religione andina, sacerdoti pagani, se vuole chiamarli cosí, comunque ben piú numerosi di tutti i preti cattolici del-la cittá. Oggi saranno trecento. Erano organizzati in quattro livelli di conoscenza, ma solo due di loro erano di quarto grado, il piú elevato». Per intenderci: guando lo spirito dell'Ausasngate, una delle time andine visibili da Cuzco, ti parla e tu capisci quel che dice, vuol dire che hai raggiunto il quarto livello. Juan decide ahora di far visita al piú autorevole dei due sacerdoti di quarto livello, don Benito Qoriwaman. «Mi presentai da lui con un pacco di foglie di coca, una bottiglia di licor e l'interprete perché par-lava solo quechua. Al primo bicchiere comunicavamo attraverso rinterprete, al secondo don Benito cominció a rivolgersi direttamente a me in castigliano e in quechua, al-la fine della bottiglia l'interprete dormiva ubriaco mentre noi conversavamo senza problemi in una lingua che non avevo mai udito prima». Quella notte Juan diventó l'allievo prediletto di don Benito e, guando lui suo successore. «Mi ci vollero otto anni, peró, per il quarto vello. Mi aspettavo un'iniziazione in un luogo segreto e invece venni portato in questa cattedrale». Mi indica la grande chiesa spagnola al sommo della gradinata: «É stata costruita Bulle fondamenta del tempio di Wiraqocha, la mas-sima divinitá inca, e dentro custodisce una preziosa reliquia, un uovo di pietra ritrovato sull'altare del dio».
Nei giorni a seguire, Juan m'imbottiri la testa con nomi e concetti di una sincretica religione fatta di reminiscenze precolombiane e scampoli di cristianesimo. Dal candomblé brasiliano alla santeria cubana, miscelare cattolicesimo e devozioni local é un ben noto vizio dei latinoamericani. Tutto fa brodo: siamo tutti figli di Pachamama, la Madre Terra, protetti dagli spiriti delle alte vette andine (gli apu), soggetti alla legge del dare e del ricevere (ayni). Per stare bene bisogna incamerare energia fine attraverso l'ombelico (il qosqo) ed espellere quella pesante (non necessariamente negativa) dal fondoschiena. Malleabile, a ricetta spirituale di Juan integra le antiche credenze locali con un tocco di esotico. Per esempio, con l'eresia di Gioacchino da Fiore e le quasi eresie di san Francesco. Visto che soverchie spiegazioni teoriche mi fanno fumare la cesta, Juan tagua corto: «Devi essere iniziato, capirai meglio. Mi schermisco. Lui insiste e mi rassicura: «Non c'é niente di male». Mi dico che deve essere un po' come partecipare a una scorribanda del Ku Klux Klan: reprensibile ma doverosa per la cronaca. Ebbene si, correró il rischio.
Il giorno prestabilito, il sommo sacerdote di quarto livello accompagna me, Silvia e un altro novizio locale a far spesa in una botteguccia dalle parti del mercato, una specie di antro oscuro e zeppo di cianfrusaglie. Dal soffitto pendono anaconda impagliati e condor rinsecchiti, un bambino fa i compiti tra vasi colmi di code di lucertola e ali di pipistrello. Da una simpatica strega, Juan compra sacchetti di fo lie di coca, caramelle, stelle marine, pupazzetti di sto a, zucchero, grasso di lama, spago d'oro d'argento. Insomma, l'occorrente per confezionare un pago, un presente per Pachamama. Andiamo alla cattedrale. «Per la messa». Prego? «É il rituale pió sofisticato della spiritualitá occidentale». Dunque, un ingrediente fondamentale. «Niente del proprio passato deve essere rifiutato». Giusto. «Anche Gesú é figlio di Pachamama». Scarichiamo un bel po' d'energia pesante sull'uovo di pietra usato da quei birichini e sacrileghi dei preti a mo' di fermaporta. «Simboleggia Wiraqocha, divora energia pesante». Inginocchiarsi, raccogliersi, toccare e via. Dal momento che il concetto di caricare e scaricare non mi é ben chiaro mi limito a inspirare ed espirare, con plateale energia.
Rimontiamo sul pulmino di Juan, un Mercedes da 80 milioni, e raggiungiamo una macchia d'eucalipti nelle vicinanze delle ciclopiche rovine di Saqsayuman, rimportante sito archeologico a monte di Cuzco.
Sbuchiamo in una radura chiazzata dalle ceneri di diversi faló e disseminata di bottiglie di alcolici vuote: tracce di riti. Juan s'infila un berretto a pan di zucchero, che fa di lui il sosia del Grande Puffo, e comincia a officiare davanti a una roccia-altare. Vi risparmio i particolari del rito iniziatico, noiosi da farsi come da leggersi. Vi basti sapere che abbiamo a pió riprese invocato le diverse montagnedivinitá, confezionato pacchettini (despachos) con le mi- nutaglie acquistate nella drogheria degli incantesimi e che li abbiamo legati con fui d'oro e d'argento per legarci a so-le e luna. Ci siamo imposti le mani l'un r altro per scambiarci energia, mentre Juan ci ha perquisito il corpo con la mesa (un involto speciale dal contenuto misterioso) che maneggiava come il rilevatore di metallo degli aeroporti. Il tour s'infila nel ventre bulo di una grotta, Amaru Macha'ay, la caverna del serpente, dove ci liberiamo di altra energia-zavorra. «Cercate di tornare al momento del vostro concepimento», insiste con dolcezza Juan. Gran finale romantico sulle sponde di un piccolo lago. Li, accoccolati tra i canneti, illuminati dal sole morente, affidiamo i nostri regalucci alíe tremule acque lacustri, che se li portarlo via come barchette.
Invochiamo il ritorno di Atahualpa e Huascar, fratellastri nemici e figli dell'ultimo Inca: ereditarono un impero ma se lo fecero rubare dai conquistadores, dunque non osservarono la legge del ricevere-dare. Devono tornare per fa-re testamento e mettersi cosi in regola con l' ayni. «Ora siete dei veri incas», ci garantisce il maestro. E ci allunga un santino: mi tocca un coccetto di terracotta decorata. Siamo diventati potenziali sudditi dell'Inca che verrá, se verrá, ma non abbiamo rinnegato il nostro Paese. Juan fa il generoso: «Vuoi offrire qualche foglia di coca a una montagna italiana?». faccio il nome di Apu monte Bianco, ne ha parecchio bisogno da guando gli si é incendiato il qosqo Da che parte si trova? Di lá. Rivolti verso est, soffio come Eolo su un mazzetto di foglie fresche di raccolto.
I nostri incontri con Juan non si esauriscono qui. Gli stiamo alíe calcagna mentre fa l'iniziazione completa (una settimana) a un gruppo di reverendi norteamericanos, a loro piace farsi chiamare cosí, uomini e donne di una qualche chiesa della Florida, che sbuffano e bevono in salita, gioiscono al culmine di 011antaytambo e del Machu Pichu, ridono in discesa, allargano le narici quando fanno un pie-no di energia, insaccandosi di sole o di vento sul ciglio di qualche abisso. Juan li tiene allegri come un'accolita di seminaristi. Li preleva al mattino madidi di energia e li lascia la sera spompati e contenti. Anche se loro credono l'inverso. A volte disertiamo la simpatica brigata e ci aggreghiamo a sciamani indigeni incontrati per strada: ci sembrano piú colorati, piú fotogenici, forse piú autentici. Come Jesus Cana, sacerdote di Pisac, faccia di cuoio martellato, che attizza il fuoco votivo con del licor sotto gli sguardi apprensivi di tre ragazzi che vogliono trovar lavo-ro, poi ne accende un altro per Sonia, che ha appena aperto una lavanderia e vuol guadagnare cubito.
La volta che incontriamo Claudio, sua moglie Lucia e il suo compare Juan non li molliamo Vengono da Paucartambo, due giorni a piedi, sono Qeros, etnia rara, vestono un etnico da manuale ma non sono finti. Combiniamo il prezzo di una messa come si deve, piú mistica, campesinos, facce tintura di iodio, vengono su dalla montagna a ranghi serrati avvolti nei tabarri iridati.
Soffiano nei tritoni cavandone suoni da brividi che annunciano una lunga notte di musica, danze e chicha muralla, birra di mais. Un autista ammutolito dal sonno ha prelevato in piena notte me e la fotografa e da tre ore ci sta sballottando su strade sterrate per portarci a vedere un miracolo: la nascita di Tata Inri, cioé del sole, nel primo giorno d'estate, che é poi il primo del calendario inca. Da Cuzco a Tres Cruces sono 140 chilometri e tre ore di camera a gas in un abitacolo invaso dalla polvere mentre i fari epilettici del gippone falciano l'inchiostro della norte, una notte di tregenda subtropicale: andiamo al sabba degli stregoni, alla veglia pagana.
Sfiliamo i dirupi, buchiamo le tenebre, sorpassiamo corriere scarburate e camion carichi di pellegrini, famiglie a piedi, donne alte uno e cinquanta con il bambino infilato nella bisaccia dorsale. II popolo delle Ande in cammino sulle orme degli avi. Tres Cruces, un pianoro e un baratro a 3800 metri di quota, é giá un mare di latía, parcheggio di un'adunata che sa di revival pagano e Woodstock andina, un po' new age e un po' festa «de noantri». Cantano giá. Gira a taniche la chicha, le lingue di fuoco dei bivacchi cuociono le pelli di terracotta, bollono i pentoloni di arcani intrugli. Nella giungla giú in fondo stanotte neanche il giaguaro riuscirá a chiudere occhio.
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