Risulta che si cambiava vestito quattro volte al giorno, e comunque alla benché minima macchia. Sulla sua corona era cucita una frangia di lana rossa inserita in tubicini d'oro, che gli cascava sulla fronte fino agli occhi; due piume di un uccello, di cui si pretende-va non esistesse mai piú d'una coppia alla volta, erano conficcate in questa cuffia; nelle mani, teneva la lancia e una mazza, o un arco e le frecce.
Quando compare davanti al solda-ti spagnoli, la sua visione costituisce per loro qualcosa di autenticamente impressionante. II suo portamento é fiero; la prima volta, riceve i messi attorniato da una corte di 600 persone; per tutta la durata dell'incontro non risponde mai, e rimane assolutamente impassibile: anche guando Hernando de Soto fa caracollare il suo ca-vallo schiumante, e giustiziare uno squadrone di indios che si erano ritirati perché l'animale, che non conoscevano affatto, si dirigeva verso di loro. Il giorno dopo, a Cajamarca, primo grosso centro montano conquistato dagli spagnoli, l'Inca si reca all'incontro (che gli risulterá fatale) con Pizarro, «preceduto da 300 arcieri, 1000 lancieri in tuniche a scacchi bianchi e rossi, un terzo squadrone armato di mazze di rame ed argento».

II suo baldacchino, raccontano sempre i cronisti dell'epoca, era ornato d'argento e retto da 24 uomini in ricca livrea blu: preferiranno farsi uccidere sul posto, piuttosto che lasciare la presa. Dopo essere stato fatto prigioniero, invano Atahualpa cerca di barattare la propria libertó offrendo oggetti d'oro e d'argento «quanti ne poteva contenere un lo-cale della capacitó di ben 88 metri cubi»: a riscatto pagato, la sua fine scoccherá ugualmente. Anche le forme, talora, rendono un'idea, e questo apparato é degno, in tutto e per tutto, di un grande impero e di un grande Paese. D'altro canto, come il Faraone in Egitto, l'Inca era venerato alla stregua di un dio. |
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Lo si reputava il figlio del Sole; era un sovrano assoluto che, tuttavia, sapeva mostrarsi generoso con il suo popolo: l'aveva perfino condotto a un livello di vita decoroso, grazie a un'organizzazione della produzione che, comunque, rispettava i diversi gruppi etnici, senza mai sopprimerne le singole economie. |
Perché gli Inca non erano un popolo: erano piú popoli diversi. Il vocabolo "inca", il cui yero significato ancora ci sfugge, costituiva soltanto un termine onorifico, attribuito esclusivamente al sovrano. II quale era capo politico e leader religioso, proprietario di tutte le terre e di tutti i beni dell'impero. Regnava avendo accanto la sua "sposa-sorella", la Coya; in una societá strutturata secondo una gerarchia assolutamente piramidale, disponeva dei suoi funzionari e dei suoi governatori, cioé dei ceti superiori. Da questa che potremmo definire "classe dirigente" provenivano i sacerdoti del dio Sole, cosi come i comandanti militan, i governatori e tutti gli altri dignitari. Uno scalino piú sotto veniva il ceto cosiddetto dei "grandi uomini"; poi, i servitori che lavoravano per l'Inca e per il "palazzo"; infine, la gente comune, in cui si distinguevano, per una certa autonomia e per qualche privilegio, i pescatori della costa e gli artigiani.
II servizio personale dell'Inca era assicurato, a turni di otto giorni, da una delle sue sorelle, assistita da una moltitudine di figlie di nobili. IJInca mangiava su un tavolo basso, in compagnia soltanto del suo figlio preferito; tutto ció che egli aveva toccato, resti di cibo, abiti, eccetera, venivacustodito in cofanetti di vimini, e accuratamente bruciato in determinati giorni dell'anno: nessuno, infatti, poteva nemmeno sfiorare ció che era stato toccato dal figlio del Sole. A tal punto che (lo narrano sempre le cronache, e in questo caso Juan Ruiz de Arce), guando egli intendeva sputare, una donna del seguito stendeva la mano per raccogliere lo sputo quasi "al volo", affinché non arrivasse a terra; mentre i capelli dell'Inca che gli cadevano sugli abiti venivano subito inghiottiti dalle donne del seguito, anche perché, sembra, all'epoca erano assai temute le stregonerie che con essi si sarebbero potute realizzare.
Chiunque si avvicinasse al capo supremo doveva essere vestito in foggia modesta, togliersi le scarpe, abbassare gli occhi e tenerli abbassati; i nobili, almeno le prime volte, dovevano anche portare un cuico sulle spalle, in segno di sottomissione; l'incontro, comunque, esordiva sempre con una profonda riverenza ed un rumore simile a una sorta di bacio.
Del fondatore dell'impero, il nono Inca, che si chiamava Pachacuti, la Historia de los Incas di Sarmiento de Gamboa, scritta nel 1572, racconta che non usasse mostrarsi mai in pubblico, se non in casi davvero eccezionali, per mantenere intatta la sua sacralitá, e che nessuno fosse autorizzato a guardarlo da vicino senza tenere tra le mani qualcosa da donargli. Perché l'Inca, l'abbiamo detto, era sacro: incaricato di una missione civilizzatrice dal dio Inti, cioé dal Sole, di cui era figlio (e davvero impressionante é il parallelismo con l'Egitto di Osiride, e - in fin dei conti - anche con altre, ben piú recenti religioni). Figlio del Sole, «generato da un suo raggio, prodotto della Terra, senza un padre umano», l'Inca riuniva tutti quelli che oggi gli studiosi considerano i tre possibili livelli di sacralitá regia: re stregone, re sacerdote, re divino; e, secondo la leggenda, uno di questi imperatori, Inca Roca, alla fine si sarebbe trasformato in dio-giaguaro.
ALLA MORTE DELL'INCA HUAYNA CAPAC PIÚ DI MILLE PERSONE VENNERO IMMOLATE E LE CENERI REGALI MESCOLATE CON POLVERE D'ORO.
Quando l'Inca si ammalava, veniva sottratto ad ogni sguardo; guando moriva, la notizia taciuta per un mese: il nuovo sovrano poteva cosi cominciare in serenitá le sue pratiche di potere. La morte dell'Inca era accompagnata da tante altre morti, piú o meno volontarie: sembra che al funerali di Huayna Capac, l'ultimo ad ayer regnato compiutamente per tutta la vita, piú di mille persone della sua "casa" fossero contestualmente immolate. Alla morte, seguiva un'accurata procedura: il corpo, privato delle viscere, veniva imbalsamato; cuore bruciato e le ceneri, mescolate con polvere d'oro, andavano a riempire il ventre di una delle tre maggiori statue solari nei templi di Cuzco.
Lo status, assolutamente particolare, dell'Inca spiega anche la vicenda della "sorella-sposa"; la logica dei matrimoni in famiglia, infatti, é facilmente individuabile: motivi d'ereditá, di non contaminazione della razza, e anche dinastici, perché la filiazione dal Sole "doveva" rimanere indiscutibile. Tuttavia, anche le unión degli Inca con donne di etnie diverse facevano parte in quaiche modo della consuetudine e trovavano un valido ancoraggio nella logica del mantenimento e dell'allargamento del potere territoriale: garantivano infatti le obbligazioni reciproche assunte dalle due parti; favorivano, insomma, una politica di alleanze sostanziali, che ha sicuramente giocato un ruolo nello sviluppo dell'impero. Tanto che da questi prindpi, probabilmente in modo inconsapevole, trasse debito vantaggio anche lo stesso conquistador, Francisco Pizarro.
 
Nei primi anni di soggiorno a Lima, infatti, egli aveva avuto dei figli da una donna di Huaylas che viveva con lui; e guando nel 1536, un anno dopo la fondazione dell'attuale capitale, a Cuzco l'ultimo dei sovrani, Manco Inca, tenta l'estrema risorsa e si solleva contro il potere spagnolo, gli abitanti della cittá di provenienza di questa donna si alleano con il loro "parente" Pizarro e non con il capo del loro antico impero, il quale, appunto, era stato nominato dal condottiero spagnolo e non aveva stabilito con quella popolazione alcuna regola di reciprocitá.
LA VITA QUOTIDIANA DI UNA POPOLAZIONE DEDITATA ALLA AGRICOLTURA, ALL'ALLEVAMENTO E ALL'ARTIGIANATO
Ma dell'Inca abbiamo ormai parlato a sufficienza: é il momento di vedere invece come vivevano gli Inca, la gente comune. Si occupavano soprattutto dell'allevamento, dell'estrazione mineraria, dell'agricoltura. Inoltre, nei momenti liberi, con maggiore o minor successo, molti si dedicavano all'artigianato. I terreni esistenti, e che la popolazione sfruttava intensivamente, erano divisi in tre tipi: quelli per l'Inca, quelli per il dio Sole, quelli per il clan (che, lo vedremo tra un attimo, non era necessariamente soltanto familiare). La proprietá privata non esisteva. Non esistevano nemmeno animali da tiro o da soma, né un yero e proprio aratro: uno semplice, lungo circa un metro e "spinto" a mano, era il massimo del-la dotazione esistente; lo si usava per la semina con i piedi o con le mani, per la raccolta dei tuberi, eccetera; e richiedeva comunque il lavoro di due persone. L'irrigazione e i terrazzamenti, tuttavia, erano singolarmente evoluti e, nonostante le arretratezze "tecnologiche", permettevano un notevole sfruttamento dei terreni.
Rifacciamoci ancora alle cronache dell'epoca, e andiamo a leggerci di nuovo una testimonianza del 1553 di Pedro Cieza de León: «In questo regno, al tempo degli Inca, v'era ben poca terra potenzialmente fertile che fosse deserta, come ben sanno i primi cristiani che vi arrivarono. E dá non poco dolore constatare che, pur essendo gli Inca pagani e idolatri, avevano tanto buon ordine per governare e mantenere territori cosi estesi, mentre noi, cristiani, abbiamo invece mandato in rovina tanti regni».
LUNGO TUTTO L'IMPERO, UNA RETE STRADALE DI 40 MILA CHILOMETRI, CON POSTI DI SOSTA UN PO' DOVUNQUE.
La cellula di base del vivere associato degli Inca era il clan, ovvero l'ayllu, che «lega insieme varíe famiglie con il vincolo della parentela, del goyerno e del lavoro»: gente che aveva un antenato comune, o che operava sugli stessi terreni, o che anche sol-tanto viveva sul medesimo territorio, amministrato da un curaca. I regolamenti erano abbastanza rigidi, ma per il resto qualche libertó era consentita: comune era la lingua, il quechua, parlata ed applicata nel campo dell'amministrazione; e comune era il culto per il dio Sole, cui erano dedicati i templi, ciascuno dei quali aveva i propri sacerdoti; ma le diverse etnie ed i popoli sottomessi potevano continuare ad applicare le proprie religioni. Ad ogni area veniva preposto un rappresentante del Re; le popolazioni venivano censite mediante un quipu, fascio di piccole corde annodate e colorate; vigeva il sistema decimale. II territorio era ottimamente collegato: anche se la ruota non era ancora invalsa nell'uso, una rete stradale assai sviluppata (40 mi-la chilometri) era percorsa da corrieri appiedati, per i quali esistevano post, di sosta un po' dovunque. Due erano le principali vie di comunicazione, la litoranea e la dorsale andina: erano ampie fino a 16 metri e la litoranea, in parecchi punti, era protetta da due muri di mattoni crudi che la riparavano dalla sabbia del deserto.
Ponti sospesi, scalinate nella roccia e altre invenzioni ingegneristiche permettevano di superare pendenze e strapiombi. Lo vedremo tra un attimo: questa rete viaria era assolutamente strategica per lo sviluppo del Paese.
Gli Inca coltivavano soprattutto la quinoa, simile al grano saraceno, la patata e il mais. Le prime tracce diquesta loro capacitó agricola risalgono addirittura a 2500 anni prima di Cristo. La coltivazione intensiva del mais permetteva due raccolti all'anno. Ancora Cieza de León: «La terra é cosi ubertosa, che tutto quanto vi viene seminato produce buoni frutti. E vi sono alberete, e vi vengono allevati molti uccelli ed animali». La tradizione orale, che dobbiamo anch'essa al primi spagnoli, riferisce di una vicenda molto educativa, forse anche troppo, a tal punto che sembra quasi simbolica: «Quando, seguendo la tradizione, l'Inca Manco Capac arriva con la sua grande armata all'attuale villaggio di Cabanaconda, non vi si coltivano che le patate. Il re, sicuramente assai intelligente, si rende conto della generositá potenziale della terra in questa vallata, e ordina che gli si portino sette piccoli chicchi di mais. Essi coltivarono questi sette piccoli chicchi per sette anni, senza mai toccare uno solo dei chicchi che venivano prodotti, Pinché il mais e la sua coltivazione si estesero in tutta la zona. Dopo sette anni, l'Inca ritornó; e soltanto allora si fece la prima raccolta e si addivenne alla distribuzione del mais prodotto».
II bravo contiene, appunto in modo abbastanza idealizzato, il racconto del sistema di base potremmo dire cosi che presso gli Inca garantiva prosperi raccolti: la dislocazione e lo spostamento di grandi masse di uomini, gruppi di lavoro collettivo incaricati delle semine e dei raccolti. É una faccenda che si chiama mita, e non a caso il termine significa "giro": gruppi di persone anche molto ingenti (perfino 14 mila uomini trasportati nella vallata di Cochabamba, se prestiamo fede a un racconto di Polo de Ondegardo, del 1561), incaricati di occuparsi per esempio della produzione del mais. Arrivavano anche da lontano, talora da una distanza parí a venti giorni di marcia; seminavano, o raccoglievano; se ne ripartivano. Sul posto, restavano gruppi stanziali e piti ridotti: quelli composti da una sorta di coloni, incaricati di mantenere i campi e di provvedere alla loro irrigazione. A queste "campagne", e al momento piú opportuno, seguivano lo stoccaggio dei prodotti e la distribuzione dei raccolti, determinata dalle autoritá locali, di solito con la dovuta generositá (pare che i coloni "stanziali" mantenessero qualche diritto aggiuntivo).
Questi esodi di massa erano anche funzionali al controllo politico: guando, cioé, una popolazione dava segni di eccessiva irrequietezza, o - peggio ancora - tentava addirittura di ribellarsi, veniva spostata in massa, perché gli abitanti si mescolassero e si omologassero con maggiore facilitó, stemperando anche la violenza di eventuali conflitti.
I TRIBUTI DA PAGARE IN UN MONDO SENZA MONETA: L'IMPERATORE AL VERTICE DI UN SISTEMA PRODUTTIVO BASATO SUL LAVORO UMANO
Dai documenti risulta evidente che i tributi da pagare al potere centrale, in una societá che non conosceva l'uso della moneta e non praticava le "vial," del mercato o del commercio, in buona misura consistevano proprio nel lavoro umano; e, attraverso i propri dignitari, l'Inca era il vertice di un sistema produttivo che s'imponeva come una sovrastruttura rispetto alle economie delle varíe regioni e delle varíe etnie, e che quin-di era anche in grado di contribuire alle necessarie "compensazioni" tra di esse fungendo - in buona sintesi - perfino da calmiere. Cosi, guando Cristoforo Colombo scopri le Americhe, i sudditi dell'Inca prosperavano dall'Ecuador al Cile centrale, dall'altopiano della Bolivia a una parte dell'Argentina: un mosaico di popolazioni, usi e costumi diversi, ferreamente amalgamato dal rigido ed onnipresente potere centrale.
Gli edifici di Cuzco erano in pietre levigate; le strade pavimentate; i magazzini scoperti e descritti dagli spagnoli «pieni di coca, coperte, armi in metallo, indumenti» (ce lo racconta, nel 1534, Sancho de la Hoz) e (Cieza de León) «ogni giorno si scoprono immensi filoni d'oro e d'argento... nelle province si raccoglie oro dai fiumi ed argento dalle montagne, tutto per il re»: ogni anno, venivano stivati a Cuzco pifia di 15 mila arrobas d'oro e 50 mila d'argento, diciamo rispettivamente la bellezza di 173 mi-la e di 575 mila chilogrammi.
Per capire un po' meglio l'organizzazione statuale, rifacciamoci a un interrogatorio condotto dagli spagnoli nel 1549 ad Huanuco: i nuovi arrivati, chiamiamoli cosi, cercavano informazioni sul sistema tributario. E per tutta risposta ricevettero una lunga lista in cui erano menzionati soprattutto impieghi di materiale umano, destinato alla realizzazione di ben precisi (oggi si direbbe quasi pianificati) obiettivi. Leggiamo il documento che, fortunatamente, é sopravissuto.
«400 INDIANI PER COSTRUIRE I MURI, 400 PER SEMINARE, 150 PER FARE LA GUARDIA DEL CORPO DELL'INCA, 60 PER RACCOGLIERE MIELE E COCA ...»
II conto era compiuto a coppia: un nutrito gruppo di persone di quella zona veniva impiegato per l'estrazione dei metalli preziosi; «400 indiani e indiane costruivano dei muri»; altri quattrocento «seminavano nella zona di Cuzco, perché la gente potesse mangiare e compiere le proprie offerte»; 150 erano attivi come servitori di Huayna Capac, l'Inca; 150, destinati invece a far da guardia del corpo di Tupa Inca Yupanqui, dopo la sua morse; 200 ancora erano adibiti ad altri compiti militari; 120 provvedevano invece a fornire delle piume; 60 raccoglievano il miele; 400 fabbricavano i tessuti piú pregiati; 60 preparavano la coca che veniva poi trasportata nei magazzini di Cuzco; 40 - perfino questo dettaglio era previsto - accompagnavano l'Inca alla caccia del cervo. Lo Stato, che imponeva questi lavori, s'incaricava di provvedere al vestiario, alle attrezzature, al-la distribuzione di eventuali materie prime.
II ferro era ancora sconosciuto: l'avrebbero importato gli europei; queste popolazioni non avevano una loro vera e propria scrittura (nell'America centrale e meridionale, soltanto Maya - lo vedremo - la possedevano); la lingua che parlavano era imparentata con altri idiomi di stampo amazzonico; il maiale, la pecora, gli equini e i bovini non erano ancora conosciuti; in compenso, e da secoli, veniva addomesticato il lama, ciol l'animale piú importante dell'intera area andina; parimenti sfruttati erano l'alpaca, il guanaco, la vigogna (oggi, nel Perú sopravvivono un migliaio di guanachi e non di piú; le vigogne, tra Bolivia ed Argentina, non raggiungono i 20.000 esemplari); venivano addomesticati ii cane, specie a fini di caccia, e, quasi soltanto per i sacrifici rituali, il porcellino d'India; tra gli uccelli, invece, l'anatra e basta.
Centro del potere inca, l'abbiamo visto, era una delle piú grandi cittá. del mondo d'allora, e cioé Cuzco,"l'ombelico del mondo". L'impero inca si chiamava "i quattro quartieri", e la capitale era una cittá divisa in quattro parti da altrettante importan-ti strade che, in realtá, dividevano l'intero territorio: ognuna delle quattro parti del Paese era poi, a sua vol-ta, suddivisa in province. Al centro di Cuzco, due piazze quadrate; i palazzi dell'Inca, i templi, il quartiere amministrativo, gli edifici destinati, e riservati, al ceto superiore. Vi vivevano, verosimilmente, tra le 15 e le 20 mila persone; altre 50 mila nei quartieri periferici; infine, 110 mila nell'area suburbana ed altrettante in quella rurale del capoluogo inca. Le strade erano pavimentate, i palazzi maggiori adorni di metallo prezioso, e di fregi d'oro i templi. All'interno di alcuni di questi vi erano piccoli giardini sacri in cui, tre volte all'anno, venivano collocate perfette riproduzioni in oro delle piantine di mais. A Cuzco, ogni giorno approdavano cortei di materiali preziosi: sotto gli occhi stupiti degli spagnoli, sfilavano anche 60.000 mila pesos d'oro per vol-ta, e fino a 90 chili al giorno. I conquistadores, in una sola caverna non lontana dalla capitale inca, scopriranno «dodici pecore tutte d'oro e d'argento dall'aspetto e proporzioni di quelle di questo Paese», cioé dei lama. Scomparso Atahualpa, tra Cajamarca e Cuzco raccoglieranno 10 tonnellate d'oro e 70 d'argento che subito si spartiranno, non senza essersi affrettati, prima, a fonderle in lingotti.
A parte il quartiere centrale (e a parte, a pochi chilometri, il centro sacro di Sacsahuaman, tre imponenti piattaforme sovrapposte, 18 metri d'altezza, e ciclopici massi di granito, non si sa ancora se fortezza o che altro), il resto della capitale inca era composto di abitazioni abbastanza normali e, tutto sommato, piuttosto banali: di solito costruite in adoba, cioé in mattoni crudi (la pietra, specialmente il granito, era riservata agli edifici cultuali), generalmente erano ad un piano, senza sopraelevazioni e a pianta quadrata. Rare le piante di edifici circolari o curve, e di solito non piú di una per sito: si trattava di magazzini per lo stoccaggio del mais o, piú probabilmente, di luoghi di culto dedicati al dio Sole. Le case erano abbastanza povere, dunque, con un tetto sicuramente in paglia; ma, specie nei grandi spazi rurali, servivano qua-si esclusivamente come rifugio notturno, poiché gran parte della giornata gli abitanti la trascorrevano intenti alle loro attivitá all'aperto.
La pietra, dunque, era utilizzata soprattutto per il centro della capita-le e per gli edifici di carattere religioso. Veniva tagliata con il sistema del cuneo gonfiato d'acqua; i blocchi grossi erano trasportati, si calcola, anche da 2500 uomini; tuttavia il tragitto piú lungo finora conosciuto misura appena 35 chilometri, e spesso la distanza tra la cava e l'edificio in costruzione era sensibilmente inferiore; con sistemi particolari ii suolo veniva reso scivoloso per agevolare trasporto. Gli Inca conoscevano l'uso del piano inclinato: a costruzione terminata, le rampe venivano distrutte. I muri, comunque, poco elevati, forse anche per via delle ripetute scosse sismiche, di solito erano inclinati all'interno e leggermente rastremati nella parte alta. II loro spessore raggiungeva anche gli 80 centimetri nelle costruzioni semplici e di media grandezza. Insomma, nel mondo inca c'erano grandi ricchezze, ma grande era pure la fatica per poterle accumulare; e grande semplicitá caratterizzava la vita quotidiana.
A differenza dei reperti che - lo vedremo - il Messico é in grado d'offrire ancor oggi, e che si sostanziano soprattutto in grandi piramidi e in stadi per il gioco della palla, in alcuni siti della civiltá inca, come per esemplo ollantaytambo, ma soprattutto in quell'incredibile luogo che si chiama Machu é ancor oggi possibile ripercorrere l'intera evoluzione dell'abitazione indigena, dalla casa semplice fino al palazzo dell'Inca. Machu Picchu significa "vecchia cima", ed é un sito archeologico scoperto relativamente tardi; nel 1911, ma da anni, e giustamente, meta continua dei turisti. É collocato a 2450 metri d'altezza nel Sud del Perii, sul fiume Urubamba, in un contesto paesaggistico spettacolare: terrazze, templi, un torrione tondo, una piazza principale con il mausoleo reale. Vi si ammirano ancora le abitazioni di tipologia phi remota, in pietra rustica, con il pavimento di terra battuta su cui, probabilmente, si stendevano pelli di lama o di alpaca. Queste case non possedevano mobili di sorta: sol-tanto il capotribii aveva diritto a uno sgabello; si dormiva per terra, le nicchie alle pareti erano gli altari del dio locale; essendo ormai sparite le case di fango, le poche di pietra materia-le che si usava piú raramente- sono le uniche dalle quali, oggi, possiamo trarre qualche nozione.
IN UN CONTESTO PAESAGGISTICO SPETTACOLARE, A 2450 METRI DI ALTITUDINE, SORGE MACHU PICCHU, LA 'NECCHIA CIMA"
Quando gli spagnoli arrivarono qui, nel 1536, la grande fortezza era in costruzione.
La fortezza, sul culmine dell'acropoli, domina la cittá, e vi si accede mediante una massiccia gradinata di pietra: qui si vedono ancora sei megaliti che avrebbero dovuto costituire la base del tempio del Sole; sull'altra riva del fiume, le cave, cui si accede per una strada a zig-zag. Compito di Machu Picchu, e di una serie di altri centri fortificad che non si troyano lontano, era di proteggere Cuzco; la sommitá di uno dei monti della zona, l'Intihuatana, serviva, con la sua ombra, a determinare i solstizi. importanza del luogo é che, nei secoli, non é mai stato riabitato e nemmeno toccato: fino al nostro secolo, guando venne scoperto da Hiram Bingham, se ne era perlino perduta la memoria. |