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LE CIVILTÁ ANDINE

   
 

   

le culture preincaiche
L'enorme territorio che si estende oltre le Ande centrali dall' Ecuador al Cile, conosciuto comune­mente come «Impero degli Inca» e che gli indige­ni chiamavano «Tahuantisuyu», é stato abitato pri­ma degli Incas da molte civiltá evolute, ognuna con le proprie caratteristiche sociali, religiose e artistiche. Solo a un primo sguardo superficiale le culture preincaiche possono sembrare piuttosto uniformi, ma a una piú attenta analisi rivelano una moltitudine di varianti a seconda della regione e del clima — altopiano, costa, sierra, deserto o fo­resta — dove esse si sono sviluppate. Nel XV se-colo, tutte queste culture vengono assorbite, ela­borate e tramandate con grande abilitá dagli Inca e molte informazioni sulla religione e sulle strut­ture sociali di quelle popolazioni le dobbiamo proprio alíe narrazioni inca, raccolte poi dai croni­sti Jopo la Conquista spagnola. Infatti, tutte le civiltá delle Ande, compresi gli Inca, non conosce­vano la scrittura per cui le tradizioni sacre, i co­stumi e i miti furono tramandati oralmente. Ai do­cumenti trascritti dai cronisti si sono aggiunti ne­gli ultimi due secoli i numerosi ritrovamenti ar­cheologici che hanno permesso di ricostruire la complessa storia delle popolazioni andine.

Le prime testimonianze di insediamenti stabili risalgono al Primo Periodo Formativo tra il II e il I millennio a.C., guando nascono le prime strutture sacre monumentali come per esempio la Piramide di Moxeke, alta 27 metri e costruita in adobe, cioé in mattoni d'argilla cotti al sole, sorta nella regione nord del Perú nella Valle di Casma. Uno dei centri di culto piú importanti é Chavín de Huantar, il luogo che ha dato il nome alta civiltá Chavín (850-200 a.C. circa) e che si trova a piú di 3000 metri di altezza sulla Cordillera Blanca. Nel­le decorazioni dei templi l'elemento predominante é costituito da figure antropomorfe dai carat­teri felini che vediamo incise sulle colonne, sulle lastre parietali, sugli architravi e sulle stele. Os­servando meglio i complicati intrecci delle linee scavate nella pietra, si riconoscono inoltre tratti di uccelli e di serpenti come appaiono su un gigan­tesco monolite a forma di coltello, detto «l'idolo del Lanzón», posto nelle gallerie sotterranee del­l'omonimo tempio, II quale rappresenta it Giagua­ro Terrestre in contrapposizione al Giaguaro Cele­ste. II culto del dio felino era legato alle osserva­zioni astronomiche dei sacerdoti – la testa di gia­guaro stilizzata del «Lanzón» é rivolta a oriente, al sorgere del sole – e trova la sua massima espres­sione nella Cultura di Chavín da dove si diffonde presso tutte le popolazioni del Perú. L'ossessione degli animali predatori muniti di zanne e artigli é presente anche sulla cosiddetta «stele Raimondi».
(che raffigura un dio felino che regge due enormi bastoni finemente lavorati tra le mani) e sui rilievi dei templi di Cerro Sechín, piú antichi di quelli di Chavín, che raffigurano oltre al dio Giaguaro alcu­ne scene crudeli di corpi straziati e di mostruosi esseri zoomorfi, per cui si crede che i culti di quel­la civiltá fossero dedicati a una divinitá che recla­maya il sacrificio umano. La popolazione conosce­va le tecniche della metallurgia, della tessitura e della ceramica e aveva inventato un complesso si­stema di irrigazione per l'agricoltura. Non a torto l'«Orizzonte di Chavín» viene considerato la cul­tura-madre delle Ande che é stata alta radice di tutte le civiltá future.


Una acanala tra le dune
L'influenza di Chavín appare evidente nella Cultu­ra di Paracas che si sviluppa parallelamente sulla costa meridionale del Perú ed é celebre per il par­ticolare culto dei morti. Nel 1925, l'archeologo peruviano Julio Tello ha scoperto tra le dune una necropoli con centinaia di sepolcri in parte ancora inviolate. II principale tipo di sepoltura viene chia­mato cavernas e consiste in pozzi vertical' ricoperti da spessi strati di sabbia che conducono a delle caverne sotterranee dove venivano deposti i cadaveri mummificati (che talvolta mostrano tracce di trapanazione del cranio), avvolti in pre­ziosi teli ricamati. II luogo é segnato da un grande disegno a forma di candelabro, alto circa 50 me­tri e raschiato in profonditá nella sabbia compat­ta del pendío delle dune che si troyano alle spal­le della necropoli.

Verso la fine dell'epoca Chavín e Paracas due al­tre grandi culture si sviluppano a nord e a sud del Perú, quella dei Nazca (200 a.C.-800 d.C. circa) e quella dei Mochica (100-600 d.C. circa): sono due popolazioni che vengono considerate i «maestri artigiani» per eccellenza del Perú per quanto ri­guarda la produzione di ceramica, dei tessuti rica­mati e dell'oreficeria. I Nazca hanno saputo crea­re un vasellame di finissima fattura decorato con numerose figure fantastiche e con i macabri crani­trofeo era un popolo di cacciatori di teste — ma ci hanno lasciato anche un'opera grandiosa che a tutt'oggi costituisce uno degli enigmi piú affasci­nanti della storia dell'archeologia: sono i gigante­schi disegni scavati sull'arido terreno della Pampa di San José, scoperti circa sessant'anni fa e il cui significato é rimasto a tutt'oggi un mistero.

Un mistero e molte ipotesi
Ampie linee geometriche e simmetriche, visibili soltanto dall'alto a volo d'uccello, si snodano per un raggio di molti chilometri nel terreno, dise­gnando delle forme che a volte possono essere identificate con piante o animali, arbusti, scimmie, lucertole e uccelli stilizzati. La studiosa tedesca Maria Reiche, ormai novantenne, ha dedicato tutta la vita alla conservazione e all'interpretazione di quei misteriosi segni, arrivando alla conclusione che il complesso veniva usato dai sacerdoti nazca come un calendario cosmologíco-religioso che ri­specchiava le costellazioni del cielo. Le teorie del-la Reiche non sono accettate da tutti gli archeolo­gi, ma finora nessuna delle tante altre ipotesi si é rivelata altrettanto valida. Mochica — che sono i primi ad avere una struttu­ra statale di tipo militare si sono insediati nella regione settentrionale del Perú, costruendo pira­midi monumentali di adobe nella regione di Cerro Purgatorio e di Cerro Blanco, tra montagne brulle che si affacciano sulla costa. Gli scopritori delle 26 piramidi, alte fino a 70 metri e che a prima vi­sta non sembrano altro che colline fangose, sono stati Thor Heyerdahl, il leggendario navigatore del Kon Tiki che attraversó l'Oceano alta ricerca dell'Isola di Pasqua e l'archeologo peruviano Walter Alva, il quale aveva esplorato negli anni Ot­tanta la favolosa necropoli dei Moche a Sipán, trovando i piú ricchi corredi funerari di tutte le re­gioni andine. La cultura mochica si é distinta per la sua ceramica fantasiosa, fatta di vasi scultorei che raffigurano esseri antropomorfi, ritratti umani e scene di vita quotidiana e familiare, tra cui sono presenti numerose immagini erotiche atti di copula, onanismo, feticismo di sorprendente reali­smo. La civiltá Moche fiorisce tra il I e il V secolo d.C. e viene annientata dai guerrieri Huari provenienti dalle inaccessibili montagne della Cordigliera. In quell'epoca nascono le prime stutture urbane a scacchiera, cittá fortificate da mura imponenti come Pikillaqta, e insieme appare per la prima volta l'immagine del «dio-creatore» o «dio piangente» Viracocha che in seguito verrá accolto nel pantheon degli déi Inca.


Precursori degli Inca?
Sugli altopiani del Lago Titicaca, tra il Perú e la Bolivia, si é sviluppato tra il VI e il XII secolo, nel pe­riodo chiamato «Orizzonte medio», la cultura di Tiahuanaco che prende il nome dall'omonima capitale, considerata «cittá santa», centro religioso e amministrativo di un regno di vaste proporzioni. Le origini di questo popolo che costruí edifici imponenti, templi, palazzi e monoliti di pietra levigata sono rimaste a tutt'oggi un mistero, anche se qualche studioso ha avanzato l'ipotesi che si tratti almeno per quanto riguarda il periodo ultimo dei precursori degli Inca di lingua quechua. Contemporaneamente, intorno al VI secolo, all'inizio del periodo detto «Classico», si forma nelle Ande colombiane la cultura di San Agustín, in un'area di circa 500 chilometri quadrati dove si troyano numerosi siti antichi con piú di 300 sculture in pietra vulcanica che costituiscono un eccezionale «museo all'aperto». Uno dei luoghi piú interessanti é la cosiddetta «Fontana di Lavapas», una formazione rocciosa che affiora da un torrente, interamente scolpita con figure di animali e uomini circondati dalle acque.
L'ultimo regno preincaico che presto domina su tutte le altre culture é quello di Chimú (o Chimor) che si sviluppa tra l'XI e il XV secolo nelle aride terre settentrionali. La capitale é Chan Chán, non lontana dalla cittá di Trujillo, costruita e ampliata durante i secoli con un labirinto di case e templi che formano dieci cittadelle dedicate ad altret­tanti sovrani della dinastia. Molte pareti degli edifici sono coperte da rilievi d'argilla con esuberanti motivi ornamentali e zoomorfi e con immagini delle divinitá locali associate alla luna, alla tempesta e alle volpi del deserto. La cittá non venne mai terminata a causa delle incursioni degli Inca che deportarono gli ultimi sovrani a Cuzco. I Chimú sono grandi maestri di oreficeria, ammirati per la perizia tecnica con la quale fabbricano orecchini tondi e piatti, finemente cesellati, e spille in forma animale che ornano le vesti dei nobili. I conquistatori spagnoli saccheggiarono piú volte le tombe dei sovrani, fondendo i gioielli strappati al morti e soltanto pochi oggetti si sono salvati bellissime maschere funerarie, pettorali in oro e turchesi e donazioni votive oggi esposti al Museo del Oro di Lima.

Cosí racconta l'Inca: «Nostro padre il Sole, veden-do gli uomini vivere miseramente, ne provó dolore e invió dal cielo in terra un figlio e una figlia suoi perché Ii indottrinassero alla conoscenza del nostro padre Sole» e quindi «depose questi suoi figli nel Lago Titicaca ordinando loro di fingersi due persone qualunque e, dovunque trovassero da mangiare e da bere, di conficcare nel terreno una barra d'oro spessa due dita» e «lí, dove quella barra fosse penetrata nel terreno, il Sole nostro padre voleva che essi si fermassero, eleggendo luogo a residenza e a corte».
Con queste parole il cronista Garcilaso de la Vega inizia il racconto sull'origine della dinastia degli Inca: la celebre barra d'oro yerra interrata nella valle di Cuzco e fratello e sorella, figli del Sole, sa­ranno la prima coppia divina che fonderá la capitale del futuro Impero. Tutti i sovrani della dina­stia verranno considerati d'ora in poi «figli di Inti», generati dal Sole senza intervento umano, in­carnazione divina sulla terra e sposi delle proprie sorelle. II nome «inca» verrá usato come titolo onorifico dato esclusivamente al sovrano e, sol-tanto in epoca coloniale, sará adottato per indica­re un'intera civiltá. Presso le popolazioni peruvia­ne circolavano anche altre versioni sulla nascita degli Inca, tra cui la storia di una grotta sacra, dal­la quale sarebbe emerso il primo leggendario so­vrano Manco Cápac insieme al fratelli e le spose­sorelle, dando inizio all'era del Quinto Sole, un racconto che ricorda in maniera sorprendente il mito delle origini della societá azteca.


Storicamente la dinastia inca, formatasi in seno a una popolazione di lingua quechua proveniente dal Lago Titicaca, é nata intorno al XII seco lo. I pri­mi sovrani sono circondati da un'aura mitica — co­me lo stesso Manco Cápac — ma poi, tra il 1200 e il 1438, sono emerse alcune figure piú incisive del-le altre: il quinto Inca Cápac Yupanqui che impose i primi tributi alle popolazioni che abitavano nelle valli della Cordigliera intorno a Cuzco; il sesto Inca Roca che si fregió per la prima volta del titolo Inca e gettó le basi per una nuova legislazione; il Setti­mo Inca Yahuar Huacac, conquistatore di molte province, e infine I'ottavo Inca che assunse il nom del dio-creatore preincaico Viracocha e vinse la confederazione delle tribú Chanca, consolidando ulteriormente il potere della nuova dinastia.

Ma l'effettivo fondatore dell'Impero fu il nono In­ca Pachacútec (1438-1471), «colui che rovescia l'ordine del cosmo», il quale estese il dominio ol­tre i confini della Cordigliera fino al regno dei bel­licosi Chimú. Nacque cosí l'Impero dei Quechua chiamato da loro stessi « Tahuantinsuyu», che si­gnifica letteralmente «le quattro parti del mon­do» - Anti Suyu, Qulla Suyu, Kunti Suyu e Chin­chay Suyu - che si diramano dalla capitale Cuzco, a sua volta suddivisa in quattro parti e orientata verso i punti cardinali a simboleggiare l'universo Inca. Pachacútec amplió la cittá di Cuzco, ricostruí il Corichanca, il vasto complesso di edifici che compongono il piú grande Tempio del Sole, e av­vió la realizzazione di strade, ponti e canalizzazio­ni. Egli verrá ricordato come un re saggio e giusto e molti detti sentenziosi da lui pronunciati sono stati tramandati al posteri, tra cui la frase: «chi pretende di contare le stelle, non sapendo nep­pure contare i fili e i nodi dei computi, é degno soltanto di scherno».

Un grande regno unifícalo

II decimo Inca Túpac Yupanqui (1471-1493) conti­nuó la politica espansionistica dei suoi predeces­sori, imponendo tributi sempre piú gravosi alle popolazioni sottomesse. L'Impero raggiunse il suo apice proprio alla vigilia della Conquista spagnola guando sul trono salí l'ultimo grande Inca, Huay­na Cápac (1493-1527), l'undicesimo della dinastia, che riuscí ad annettere i territori dell'estremo nord, unificando l'intero regno che ormai si esten­deva per piú di 6000 chilometri dall'Ecuador alle regioni settentrionali del Cile.
Cuzco, la «cittá tutta d'oro» situata a piú di 3000 metri di altitudine al centro della Cordigliera andi­na, divenne una capitale cosmopolita, considerata il perno del mondo inca e abitata da circa 300 000 persone provenienti da tutte le province del re­gno. II Tempio del Sole, la reggia, i palazzi dei no­bili e gli edifici pubblici erano costruiti con im­mensi blocchi di pietra levigata, posati a incastro gli uni sugli altri senza alcun legante cementizio, mentre le abitazioni comuni erano costituite da piccole case in adobe. Le strade erano lastricate e affiancate da canali nei quali scorreva perenne­mente I'acqua. Nei magazzini si accumulavano i tributi destinati all'Inca e alla popolazione nei pe­riodi di carestia o di guerra: vi venivano stoccate cataste di mais, patate, tessuti, foglie di coca, ar­mi, e nelle antiche cronache si legge che a Cuzco venivano depositati ogni anno piú di 170 chili d'oro e circa 600 chili d'argento.
II trofeo di tutti trolei Cuzco, come la maggior parte delle cittá del re­gno, non era cinta di mura, ma veniva protetta da una serie di fortezze erette a distanza regolare dalla capitale. Una di queste cittadelle é Sac­sayhuamán, costruita — come dice Garcilaso de la Vega per essere «il trofeo di tutti i trofei», cioé un'opera che superasse tutte le altre: giganteschi blocchi di pietra formano una triplice muraglia con massi che raggiungono le 360 tonnellate di peso e si é calcolato che fu necessario l'impiego di circa 20 000 uomini per trascinarli dalle cave a valle senza l'ausilio di carri (gli Inca ignoravano la ruota) o bestie da soma (l'animale piú difuso, il la­ma, pub caricare al massimo 45 chili). Altre fortificazioni a guardia della Valle Sacra degli Inca si tro­yano nella Valle del Rio Urubamba, a Pisac, che possiede tra le sue mura una colonna solitaria al centro di una costruzione ellittica che serviva per misurare il cammino del solé, e a 011antaytambo, una roccaforte monumentale dai muri trapezoidali che precedono un maestoso Tempio del Sole.
La piú celebre di queste cittadelle si trova sul Ma­chu Picchu (la «vecchia cima»), costruita a 2450 metri sul livello del mare, tra le gole della Valle dell'Urubamba e dell'Apurimac, e fu scoperta sol-tanto nel 1911 dall'esploratore statunitense Hi­ram Bingham, arrivato in Perú alla ricerca delle «montagne d'oro» di Choqquequirau.
Terrazzamenti, scale, templi, torri, palazzi e mau­solei si ergono su uno strapiombo vertiginoso, di fronte al picco di Huayna Picchu, disseminato an­ch'esso di rovine. Gli edifici sono costruiti con enormi massi a incastro che combaciano perfetta­mente, squadrati e lisciati con semplici attrezzi di bronzo, pietra e materiali abrasivi.
Alla meta del XVI secolo la cittá venne abbando­nata e mai piú abitata e guando Bingham si av­ventura per la prima volta tra le imponenti rovine coperte dalla vegetazione, credette di trovarsi di fronte all'ultima misteriosa capitale Vilcabamba, la roccaforte dell'Inca ribelle Manco Cápac II, ma ulteriori ricerche hanno stabilito che Vilcabamba é identificabile con i resti di un'altra cittadella si­tuata piú a nord, tra le inaccessibili montagne che circondano il villaggio di Espiritu Pampa.

Tutte le cittá e fortezze dell'Impero erano collegate da una gigantesca rete stradale che partiva da Cuzco: le due arterie principali, i «camiños rea­les» lungo il litorale e sulla Cordigliera, coprivano una distanza di quasi 6800 chilometri. Le vie di co­municazione erano larghe fino a 16 metri, in par­te lastricate, protette da murá in adobe nelle zo­ne desertiche, dotate di stazioni di sosta ogni 40 chilometri - i tambos - e per superare i dislivelli e gli ostacoli naturali ci si serviva di gradinate scol­pite nella roccia, di funi e cesti tirati sopra i fiumi e di ponti di corde e assi sospesi sulle gole. Le strade erano di exclusiva proprietá dell'Inca ed erano percorse da centinaia di messaggeri e dalle truppe dell'Impero.

L'autoritá assoluta, suprema e inappellabile era costituita dall'Inca, venerato come un dio grazie alla sua discendenza da Inti, il Sole, e padrone di tutte le cose e di tutti gli uomini del regno. Ai sudditi si mostrava con il volto velato e nessuno poteva toccarlo né guardarlo negli occhi, neanche i dignitari piú alti della corte, che potevano avvi­cinarsi al sovrano soltanto in posizione china e -per mostrare la massima deferenza - alcuni si ca­ricavano dei pesi sulle spalle in atto di totale sot­tomissione. I cibi e le vesti dell'Inca erano tabú e dopo l'uso venivano sigillati e bruciati. II sovrano sceglieva la sua sposa, la coya, tra le proprie so­relle, ma possedeva anche centinaia di concubine ed era servito dalle aclia, le sacerdotesse del Tem­plo del Sole che egli poteva dare in spose al no­bili della corte. Gli era dovuta obbedienza totale e a lui era riservato un terzo delle ricchezze e del raccolti del regno (le altre due parti erano desti­nate alla popolazione e al culti). Alla sua morte la salma veniva mummificata, ricoperta di doni d'o­ro, avvolta in ricchi mantelli ricamati e deposta in una cavitá naturale. Nelle credenze degli Inca il defunto non cessa di vivere e continua a emanare forza vitale e capacita oracolari: durante i riti reli­giosi piú importanti, come la cerimonia dell'«Inti Raymi» a Cuzco, le mummie dei sovrani venivano riesumate ed esposte sul Templo del Sole, fatte sedere su seggiole d'oro e riverite con ribo e do-ni come se l'Inca fosse in vita.
II culto dei morti era legato anche alla huaca, una parola in lingua quechua che significa «luogo sa­cro»: huaca poteva essere una tomba, un colle, un edificio o le stelle, che diventavano luoghi di vene­razione visibili all'occhio umano tramite una fitta rete di linee immaginarie, le ceques, che compone-vano una virtuale mappa astrale. Dai 41 punti di os­servazione del Tempio del Sole di Cuzco partivano ben 328 linee ideali che si congiungevano ad al­trettante huacas sparse tra cielo e terra. La religio­ne degli Inca verteva intorno al culto del Sole, ma col tempo altre divinitá entrarono a far parte del pantheon degli déi, talvolta ereditate dalle culture preincaiche, come Viracocha, il dio che aveva pla­smato i primi uomini nell'argilla, o Inti (llapa, il dio dei Temporali che portava la pioggia, e la Madre Terra Mama Pacha che proteggeva i raccolti. Agli déi venivano portate offerte preziose e in loro ono­re si celebravano sacrifici di sangue, specialmente di animali, ma talvolta anche di bambini.
L'organizzazione statale si articolava secondo una rigida struttura gerarchica piramidale, al cui apice era l'Inca, seguito da nobili e sacerdoti, da fun­zionari e governatori locali, e poi da militari, arti­giani e agricoltori, fino all'ultimo gradino della scala sociale, costituita da servi. In un'economia basata principalmente sull'agricoltura e sull'allevamento erano di massima importanza gli ayllu, le comunitá regionali legate da un comune vincolo di parentela, amministrate dai curacas, i capi-tribú che controllavano il lavoro domestico, la distribu­zione dei raccolti e il pagamento dei tributi all'In­ca. Non esisteva la proprietá privata delle terre, che venivano invece coltivate dalla collettivitá che in cambio riceveva una parte del raccolto secondo il bisogno, mentre tutto I'eccedente era destinato alle classi privilegiate. La politica «comunitaria» delle Ande aveva certamente i suoi lati positivi, ma non si deve dimenticare che l'Impero era go­vernato da un regime totalitario e autocratico. Nei periodi di carestia o guando c'era bisogno di aumentare la fornitura dei tributi alla capitale, l'Inca faceva deportare intere popolazioni verso terre lontane per coltivare i campi. II trasferimen­to forzato dei lavoratori veniva chiamato mitima e questo sistema si é mantenuto fin dopo la Con­quista spagnola. La mitima dei coloni serviva an­che a consolidare il potere dell'Inca nelle province piú remote e a mescolare le popolazioni tra loro, creando nuovi legami di sangue e scongiurando in questo modo le guerre tribali.
Nella societá Inca non esisteva la scrittura e anche il calendario era sommariamente suddiviso in due grandi stagioni quella arida e quella piovosa complessivamente di 328 giorni, divisi in 12 mesi. L'unico sistema di controllo amministrativo era co­stituito dalle quipus, cordicelle colorate e anno­date con le quali venivano registrate con estrema precisione le merci, i tributi e i debiti. La compila­zione e la lettura dei quipus erano affidate a po­chi eletti della cerchia personale dell'Inca e probabilmente i computi contenevano anche altre informazioni, sconosciute al posteri, come crono­logie e il censimento della popolazione.
Dai cronisti ci é stata tramandata un'immagine idealizzata degli Incas, quella di una societá felice, ordinata e razionale, dove regnava un benessere difuso grazie alla distribuzione capillare dei beni comuni come cibo e vestiario: quale fosse la realtá non lo sappiamo, ma certamente non poteva es­sere peggiore del regime di soprusi e sfruttamen­to che attendeva gli Indios dopo la brutale Con­quista spagnola del 1532.

Nel 1534 giunse nel porto di Siviglia in Spagna una nave carita d'oro che suscitó stupore in tutta Eu­ropa: si trattava del trasferimento di un ingente bottino di guerra — circa 10 tonnellate d'oro e 70 tonnellate d'argento — che il conquistador Franci­sco Pizarro aveva in parte saccheggiato e in parte estorto alla popolazione del Perú come prezzo del riscatto per il loro sovrano, l'Inca Atahualpa (che in seguito yerra ucciso ugualmente dagli Spagnoli). II carico consisteva in pesanti lingotti d'oro e d'ar­gento prodotti nelle fonderie del Nuovo Mondo, poiché tutti i gioielli e oggetti appartenuti al teso­ro reale degli Incas erano stati fusi per facilitare il trasporto, distruggendo in questo modo un patri­monio culturale e artistico di inestimabile valore. La vista di tale ricchezza che proveniva dalle terre appena conquistate alimentó la leggenda che al di lá dell'Oceano doveva trovarsi il Paese dell'Eldo­rado, una regione dove I'oro scorreva a fiumi, an­cora tutta da esplorare. La leggenda sull'abbon­danza d'oro conteneva comunque un fondo di ve­ritá se dobbiamo credere al racconti di alcuni cro­nisti antichi che erano stati informati dagli indige­ni circa uno stupefacente cerimoniale in uso pres­so la popolazione Muisca in Colombia: una volta all'anno il sovrano di Guatavita si faceva cosparge­re il corpo di polvere d'oro per trasformarsi nel Dorado, l'uomo tutto d'oro, il quale si recava in­sieme alla sua corte su un lago vicino a Santafé de Bogotá (l'attuale capitale della Colombia), e qui, navigando su una zattera colma di doni preziosi, offriva il suo tesoro agli déi.

Per secoli gli esploratori hanno inseguito il mirag­gio dell'Eldorado, setacciando a costo della loro vita le foreste occidentali lungo il Rio delle Amaz­zoni: il Paese non venne mai trovato, ma egual­mente il bottino fu ricco di oggetti, sculture e gioielli, tutti prontamente fusi nei calderoni. Sol-tanto alla fine del secolo scorso ci si rese conto della preziositá dell'oreficeria precolombiana e nel 1892, a 400 anni dalla scoperta delle Ameri­che, vennero esposti per la prima volta in Europa i tesori che si erano salvati dalle fonderie. Si trat­tava per la maggior parte di oggetti in possesso della Corona spagnola, tra cui spiccavano il tesoro di Qiumbaya, trovato nelle necropoli reali della Co­lombia, e dei gioielli appartenenti alle culture prein­caiche come quella dei Muisca (600-1536 d.C.), che erano maestri nella lavorazione di lamine d'oro in­credibilmente sottili forgiate in figure antropomor­fe e zoomorfe, o quella dei Sinú (500-1500 d.C.), che fabbricavano meravigliosi pendenti in filigrana e manici di bastoni che raffiguravano gli animali del-la fauna locale come cervi e coccodrilli; del tesoro facevano parte inoltre le collane e i ciondoli della cultura Tairona (1200-1536 d.C.) che rappresenta­vano figure mitologiche dall'aspetto quasi «ba­rocco» e statuine finemente cesellate (lo stesso nome Tairona significa «maestri orafi»), e le ma­schere funerarie d'oro della regione di Calima (1000-300 a.C.), una delle piú antiche culture del-la Colombia preincaica. Ma all'epoca della Con­quista guando, tra il 1524 e il 1536, Francisco Pi­zarro e i suoi compagni si avventurarono nella Cordigliera andina, nessuno badava alla bellezza dell'arte o alla millenaria storia delle popolazioni che essi si accingevano ad annientare, accecati co­me erano dalla cupidigia e dalla rete di potere.

II viaggio del cavilan Pizarro
II primo tentativo di penetrazione nelle terre degli Inca avviene nel 1522 con la spedizione di Pascual de Andagoya, il quale aveva sentito parlare della favolosa terra del «Biru» — nome che designerá in futuro il Perú — dove «scorrono fiumi d'oro». La missione di Andagoya fallisce e saranno due capi­tani stanziati a Panama — Francisco Pizarro (1475­1541) e Diego de Almagro (1475-1538) — a intra­prendere nel 1524 un altro viaggio di ricognizione lungo le coste meridionali del Pacifico, ma an­ch'essi sono presto costretti a rinunciare all'impre­sa in quanto al primo sbarco vengono assaliti da una tribú di cannibali. Una seconda spedizione nel 1526 si rivela piú fortunata: dopo una lunga navigazione Pizarro approda con i suoi uomini su un isolotto chiamato «Isola del Gallo» e manda una seconda nave, capitanata da Bartolomé Ruiz, in viaggio esplorativo lungo la costa. In mezzo al ma­re si verifica il primo incontro con gli indios del Perú, giunti su una zattera dalla terraferma, vesti­ti di preziosi mantelli di lana alpaca e ornati di gioielli d'oro. Da loro gli Spagnoli ricevono le pri­me informazioni su un vasto impero che si estende dalle Ande alla costa e che sembra appartenere a un solo supremo sovrano, l'Inca Huayna Capac. Nonostante la scarsitá di uomini e mezzi Pizarro decide di sbarcare a Tumbes, un porto nel nord del Perú, dove i conquistadores vengono accolti ami­chevolmente dalla popolazione indigena.


Con l'aiuto di interpreti indios indottrinati durante i viaggi precedenti, Pizarro riesce a parlare con i pri­mi dignitari dell'Inca — che egli chiama Orejónes,«lunghe orecchie», per via dei lobi deformati dai pesanti gioielli d'oro —, i quali si mostrano diffiden­ti verso gli stranieri, temendo — giustamente — che le loro intenzioni siano bellicose. Tuttavia Pizarro in­tuisce che l'Inca Huayna Capac é impegnato in una guerra civile nelle terre settentrionali, vicino a Qui­to (l'attuale capitale dell'Ecuador) e decide perció di proseguire per una breve perlustrazione lontano dalla zona calda, lungo la costa meridionale. Ormai Pizarro si rende conto che sta per scoprire un im­pero immenso, ricco e molto ben strutturato, anche se tra le varíe etnie che compongono il regno esi­stono dei focolai di ribellione al potere centrale.


Con I'assenso di Carlo V
La conquista non si presenta come un'impresa fa­cile e Pizarro preferisce tornare in Spagna per chiedere i finanziamenti per organizzare una gran­de spedizione. Sono necessari quasi cinque anni per convincere il re Carlo V a concedergli le navi e un piccolo esercito di poco piú di 200 uomini tra cavalieri e fanti, e finalmente, nel 1532, Pizarro puó tornare alla carica, sbarcando ancora una vol-ta a Tumbes dove aveva lasciato un manipolo di Spagnoli nella speranza di trovare un porto sicuro. Ma nel frattempo la situazione politica nell'impero é totalmente cambiata. [ultimo grande sovrano Huayna Capac, l'undicesimo della dinastia Inca, é monto per un'epidemia di vaiolo — malattia impor­tata dagli Spagnoli — e tra i suoi figli si é scatenata un'aspra lotta per la successione: da una parte si trova Atahualpa, il figlio illegittimo che si é impadronito delle regioni settentrionali insediandosi a Quito e a Cajamarca, dall'altra si é imposto il figlio legittimo Huascar, trincerato a Cuzco, l'antica ca­pitale degli Inca. Entrambi gli eredi al trono ven­gono informati dai messi dell'arrivo degli uomini bianchi, armati, protetti da corazze di metallo e se­duti su strani animali chiamati cavalli: ció conferma le profezie dei sacerdoti, i quali da tempo erano preoccupati per i cattivi presagi mandati dagli déi. Pizarro vuole approfittare della guerra fratricida tra gli Inca e decide di dirigersi senza indugio verso le montagne, a Cajamarca, dove risiede quello che egli ritiene sia il piú autorevole dei due antagonisti,uccide la scorta dell'Inca e scatena una sarabanda infernale tra cavalli e soldati che finisce in un mas-sacro collettivo senza che gli Indios possano rea-gire. La strage, i saccheggi, l'uccisione di gente inerme continuano per tutta la notte e il giorno seguente. Atahualpa viene messo in catene ed é imprigionato nel suo palazzo.

Quando si sparge la notizia della cattura di Atahualpa l'Impero cade nel caos e nel panico. L'imperatore rivale Huascar fa sapere agli Spagno­li che in cambio dell'uccisione del fratellastro sa­rebbe disposto a colmare d'oro i conquistadores e a sottomettersi alla Corona spagnola: ma la sua proposta arriva in ritardo perché nel frattempo i sostenitori di Atahualpa riescono ad assassinare Huascar nel suo palazzo di Cuzco. Pizarro allora non ha piú scrupoli e propone un patto diabolico: in cambio di una stanza (della capienza di 88 metri cubi) riempita di oggetti d'oro e d'argento, sareb­be disposto a concedere la libertó a Atahualpa. In pochi giorni viene raccolto il riscatto, che consiste in 5720 chili d'oro e 11 000 chili d'argento. Ovvia­mente Pizarro non ha la minima intenzione di sal­vare l'Inca e dopo ayer allestito un processo som­mario nel quale Atahualpa viene accusato di idola­tria, lo fa condannare alla morte sul rogo - una fi­ne ingloriosa e terribile per un Inca che crede nel­la conservazione del corpo oltre la vita, per cui le salme venivano mummificate, avvolte in preziosi tessuti e esposte durante le cerimonie religiose. Forse per questa ragione Atahualpa - il quale non si fa piú illusione sulla sorte che lo attende - ac­cetta all'ultimo momento di essere «battezzato», in modo che la condanna venga tramutata in «mor­te per garrotamento». Eseguita la sentenza per strangolamento, il corpo viene esposto nella piaz­za e poi sepolto «cristianamente» nella chiesa di San Francisco a Cajamarca, costruita in tutta fretta dai missionari che accompagnano l'armata. Secon­do una leggenda peruviana, la calma viene trafu­gata nottetempo e trasferita a Quito, dove si tro­verebbe il misterioso sepolcro di Atahualpa.

Come successore dell'Inca viene nominato Tupac Hualpa, un fratello minore della dinastia - che mo­rirá poco dopo per avvelenamento -, e Pizarro, fi Atahualpa. Nel tardo autunno del 1532 Pizarro é alle porte di Cajamarca, sorvegliata da 30 000 guerrieri. Atahualpa, asserragliato nella reggia, ri­mane impassibile davanti al pericolo e a tutt'oggi sembra inspiegabile l'atteggiamento dell'Inca, a tratti guardingo e minaccioso, a tratti passivo e ras­segnato: piú volte avrebbe potuto annientare la sparuta armata degli Spagnoli durante la marcia, intrappolandoli nelle strette gole di montagna su strade che essi non conoscevano, e invece attende che i nemici giungano davanti al suoi occhi. In oe­ste di ambasciatore Pizarro invia suo fratello Her­nando (che nel corso della conquista ha un ruolo tutt'altro che marginale), il quale riesce a farsi rice­vere da Atahualpa e a convincerlo a incontrarsi con Pizarro nella grande piazza della cittá.
Al tramonto del giorno seguente — era il 16 novem­bre del 1532 — l'apparizione dell'Inca suscita negli Spagnoli un misto di stupore e di terrore: Atahual­pa, il figlio del Sole, si presenta nelle sue vestí piú belle avvolto in un mantello di vigogna, cinto della corona dalla frangia rossa intessuta di scaglie d'oro e di piumaggi tra i piú rari. II suo pettorale d'oro bril­la al sole e nelle mani regge il segno del potere: uno scettro a forma di ascia dall'asta lunghissima. II cor­teo é preceduto da uno stuolo di servitori che spaz­zano la terra davanti alla lettiga dal baldacchino tempestato di lamine d'argento sulla quale é ada­giato l'Inca, circondato da 300 arcieri, 1000 lancieri e guerrieri armati di mazze d'argento e di rame.


Ascolta la parola dell'unico Dio!
Pizarro schiera la sua cavalleria di appena 37 unitá e per alcuni minuti gli avversari si misurano silen­ziosamente. 1 cronisti dell'epoca raccontano che un sacerdote cristiano si avvicina all'Inca e gli por­ge una Bibbia esortandolo a dare ascolto alla «pa­rola dell'unico yero Dio» e a sottomettersi al re di Castiglia e al papa di Roma. Atahualpa si porta il libro all'orecchio e poi lo getta infastidito per ter­ra dicendo «questa cosa non parla!». Per gli Spa­gnoli il disprezzo della Bibbia é come un segnale d'attacco: a sorpresa Pizarro scaglia le sue truppe contro gli indios convenuti sulla piazza, fa chiude­re gli stretti vicoli per impedire ogni via di fuga, cenari spagnoli e sul fragile trono di Vilcabamba si alternano vari sovrani, tra cui l'Inca Titu Cusi che nel 1567 si converte al cristianesimo e consegna piccolo regno autonomo nelle mani degli Spagnoli. II Paese é sotto pressione, lo sfruttamento della popolazione da parte della encomiendas (l'istitu­zione spagnola che assegna le terre e i villaggi confiscati ai coloni) é spietato. II viceré Francisco de Toledo procede alta deportazione degli Indios dai villaggi alla cittá e altri vengono condannati ai lavori forzati nelle miniere d'argento e nei campi. L'esasperazione degli Indios porta alla rivolta del­l'ultimo Inca, leggendario Tupac Amaru, che rie­sce a organizzare la resistenza contro gli Spagno­li. Ma il popolo é ormai decimato da soprusi, ma­lattie e guerre – dei circa 4 500 000 abitanti ori­ginari tra Perú e Bolivia sopravvivono poco piú di 800 000 persone – e dopo due anni di lotta di­sparata il capo inca degli insorti viene catturato e giustiziato nel 1572. L'esecuzione di Tupac Amaru decreta definitivamente la fine degli Inca: le dina­stie non esistono piú, gli idoti sono distrutti, i se­potcri profanati dai cercatori d'oro, i figli dei no­biti vengono ormai educati nei collegi dell'Ordine dei Gesuiti e dei Francescani e le terre dei vice­reami del Nuovo Mondo sono frantumate in tanti feudi controllati da Spagnoli e meticci.

Come successore dell'Inca viene nominato Tupac Hualpa, un fratello minore della dinastia - che mo­rirá poco dopo per avvelenamento -, e Pizarro, fi uccide la scorta dell'Inca e scatena una sarabanda infernale tra cavalli e soldati che finisce in un mas-sacro collettivo senza che gli Indios possano rea-gire. La strage, i saccheggi, l'uccisione di gente inerme continuano per tutta la notte e il giorno seguente. Atahualpa viene messo in catene ed é imprigionato nel suo palazzo.
Quando si sparge la notizia della cattura di Atahualpa l'Impero cade nel caos e nel panico. L'imperatore rivale Huascar fa sapere agli Spagno­li che in cambio dell'uccisione del fratellastro sa­rebbe disposto a colmare d'oro i conquistadores e a sottomettersi alla Corona spagnola: ma la sua proposta arriva in ritardo perché nel frattempo i sostenitori di Atahualpa riescono ad assassinare Huascar nel suo palazzo di Cuzco. Pizarro allora non ha piú scrupoli e propone un patto diabolico: in cambio di una stanza (della capienza di 88 metri cubi) riempita di oggetti d'oro e d'argento, sareb­be disposto a concedere la libertó a Atahualpa. In pochi giorni viene raccolto il riscatto, che consiste in 5720 chili d'oro e 11 000 chili d'argento. Ovvia­mente Pizarro non ha la minima intenzione di sal­vare l'Inca e dopo ayer allestito un processo som­mario nel quale Atahualpa viene accusato di idola­tria, lo fa condannare alla morte sul rogo - una fi­ne ingloriosa e terribile per un Inca che crede nel­la conservazione del corpo oltre la vita, per cui le salme venivano mummificate, avvolte in preziosi tessuti e esposte durante le cerimonie religiose. Forse per questa ragione Atahualpa - il quale non si fa piú illusione sulla sorte che lo attende - ac­cetta all'ultimo momento di essere «battezzato», in modo che la condanna venga tramutata in «mor­te per garrotamento». Eseguita la sentenza per strangolamento, il corpo viene esposto nella piaz­za e poi sepolto «cristianamente» nella chiesa di San Francisco a Cajamarca, costruita in tutta fretta dai missionari che accompagnano l'armata. Secon­do una leggenda peruviana, la calma viene trafu­gata nottetempo e trasferita a Quito, dove si tro­verebbe il misterioso sepolcro di Atahualpa.


Il sicari di Almagro
Gli anni tra il 1536 e il 1566 sono segnati dalle lot­te intestine tra Spagnoli – Pizarro e i suoi numero-si fratelli contro i seguaci di Diego de Almagro – e dalle battaglie contro i rivoltosi Incas. Presto i mor-ti non si contano piú: Almagro viene decapitato per ordine di Hernando Pizarro, il quale a sua volta yerra imprigionato in Spagna; Francisco Pizarro vie­ne trucidato dai sicari di Almagro; Gonzalo Pizarro sconfigge Pedro de Alvarado e uccide il primo vi­ceré del Perú Blasco Nuñes Vela; il capo inca Tiso Yupanqui insieme ad altri nobili viene messo a mor-te; l'Inca Manco Capac II viene assassinato da mercenari spagnoli e sul fragile trono di Vilcabamba si alternano vari sovrani, tra cui l'Inca Titu Cusi che nel 1567 si converte al cristianesimo e consegna piccolo regno autonomo nelle mani degli Spagnoli. II Paese é sotto pressione, lo sfruttamento della popolazione da parte della encomiendas (l'istitu­zione spagnola che assegna le terre e i villaggi confiscati ai coloni) é spietato. II viceré Francisco de Toledo procede alta deportazione degli Indios dai villaggi alla cittá e altri vengono condannati ai lavori forzati nelle miniere d'argento e nei campi. L'esasperazione degli Indios porta alla rivolta del­l'ultimo Inca, leggendario Tupac Amaru, che rie­sce a organizzare la resistenza contro gli Spagno­li. Ma il popolo é ormai decimato da soprusi, ma­lattie e guerre – dei circa 4 500 000 abitanti ori­ginari tra Perú e Bolivia sopravvivono poco piú di 800 000 persone – e dopo due anni di lotta di­sparata il capo inca degli insorti viene catturato e giustiziato nel 1572. L'esecuzione di Tupac Amaru decreta definitivamente la fine degli Inca: le dina­stie non esistono piú, gli idoti sono distrutti, i se­potcri profanati dai cercatori d'oro, i figli dei no­biti vengono ormai educati nei collegi dell'Ordine dei Gesuiti e dei Francescani e le terre dei vice­reami del Nuovo Mondo sono frantumate in tanti feudi controllati da Spagnoli e meticci.

 

 
   
 

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Realizado por: Willard Tamay G. y Michele Mosca Hecho en Chiclayo-Pimentel - Perú - ACTUALIZADO: 16-Gennaio-2008 10:41 am